Posterous theme by Cory Watilo

Sunday bloody Sunday

Sunday is the cruellest day of the week. Even the etymology is ridiculous: Sun-day. It is the greyest, dullest and most cloudy day of the week; no light & no hope. [So why the hell? There's no sun on Sunday]

I can't imagine anything more desperate and distressing than Sunday: afternoons spent entangled in a blanket interweaved of unfulfilled good intentions and guilty apathy. All you can do is lying and dying in your bedroom.

You should.
study write do something with your life find new friends go for a walk graduate send emails eat healthier do some exercise call your mom fix things with your boyfriend learn a new language write a best-seller read that fucking essay do the dishes clean the living room buy toilet paper have a shower suicide become a rockstar shave your legs charge your phone download Napoleon Dynamite
but you CAN'T.

The only thing you're able to do is w.a.s.t.e. time listening to the saddest songs you find on youtube and write some lame shit on your blog.
Overwhelmed by the sense of guilt, because you SHOULD but you CAN'T.

Girls are uglier, on Sunday. Tired faces, pale hands, bitten nails. Seagulls are sleepy and slow, the sink's tap is dripping: a metronome of boredom. Drop after drop, Sunday flows into the drain and lose itself in the labyrinth of the sewage system.

Particles of tension collide one millimetre beneath the ceiling, whilst dust on the ground dances and whirls every time a door opens.
Baby it's cold outside, and maybe here and there some flakes of snow; but I don't have anyone to hold me tight and kiss me slow. [There's no mistletoe in my kitchen].

What else you can do, apart from dedicate yourself to emotional archeology, to the exploration of your favourite antique shop of self-reproach? Shelves full of yellowed regrets, archives labelled under the name "what if?", empty crooked frames you're too lazy / too stupid / too old to fill. Blank canvas ready for a portrait of the Artist as a young dog... but it's Sunday, and you feel more like a cat, stretching your bones next to the radiator.

The yellow fog that rubs its back upon the window-panes,
The yellow smoke that rubs its back upon the window-panes,

Licked its tongue into the corners of the evening,

Lingered upon the pools that stand in drains,

Let fall upon its back the soot that falls from chimneys,

Slipped by the terrace, made a sudden leap,
And seeing that it was a soft October night,
Curled once about the house, and fell asleep.

Every word is better than my words, on Sunday. Because it's hard to describe the universe outside, on a Sunday afternoon: the muffled melancholia, the smell of flowers and herbs in Ophelia's hands
[There’s rosemary, that’s for remembrance; pray,
love, remember: and there is pansies. that’s for thoughts.
There’s fennel for you, and columbines: there’s rue
for you; and here’s some for me: we may call it
herb-grace o’ Sundays: O you must wear your rue with
a difference],
the anxiety of influence, and the feeling that all you're able to write is a shopping list.

A smell of bacon and detersive comes up from downstairs, the wallpaper oozes tiredness like a pair of sticky eyes, while in my head I'm writing my own masterpiece about the migration of geese.
The singer of an Estonian indie band drags me into the whirlpool, swallowing me, my bed, my Ikea linens, holding me into his stomach like Noah in the whale.
Even the storm has slowed down, the tide is dead calm.

I'd like to sink in my tote bag, see what's going on in there: I bet we can discover there are some good stories to tell, if I dig the bottom. A tobacco field, seashells from Cornwall, a ripped train ticket (to Trento? What the hell?), an empty gift card from Urban Outfitters.
What a shame: there would've been so many stories to tell, if only it wasn't Sunday.


[More precise information is needed: I never get bored, NEVER, I swear. What Sunday does to me is to prick my skin with its sour desperation and a cosmic sense of uselessness. Get me away from here, I'm dying].



 

Invettive per l'anno nuovo

E' il 2012. L'anno della Catastrofe, dicono. L'anno dell'immane cambiamento, il momento dello scoppio dell'Ordigno Fine di Mondo ("Mein Führer, io cammino!").

Per quanto mi riguarda, il 2012 è solo un altro anno all'insegna del furore omicida e del borbottìo cosmico. Un altro anno di palliativi per salvarsi dall'Invincibile Malumore.

Palliativi quali, ad esempio, trasformare il mal di vivere in sarcasmo arrabbiato e lanciare invettive alle ore 01:37 di notte contro qualsiasi cosa riesca a peggiorare il mio stato di crescente misantropia. Sentite il rumore di digrignare di denti in sottofondo? Bene, è la colonna sonora adatta per stanotte. 

 


1. Mi auguro che tutti gli evasori fiscali d'Italia, tutti i registi di film che gettano vergogna sul mio paese e sul buon nome del cinema italiano, tutte le signore in pelliccia e i loro mariti che sfregano il loro culo flaccido sui sedili di una Porsche, tutti i fieri possessori di conti svizzeri, gli attori riciclati dai reality e quelli che spendono 1000 euro per una bottiglia di champagne, nonché tutti i poveracci che guadagnano i già citati 1000 euro (ma al mese!) e si bruciano tutto ciò che possiedono in una settimana per recarsi a fare Vipwatching in Costa Smeralda, si ritrovino tutti insieme nello stesso momento al Billionaire.
Mi auguro a quel punto che altri poveracci, molto più illuminati degli ultimi nominati nel sovrastante elenco, spranghino le porte e diano fuoco al locale accendendo un falò con gli scontrini emessi in questi giorni a Cortina.
Quando anche l'ultimo brandello di foulard di Chanel sarà diventato cenere, mi auguro che a qualcuno venga in mente di spargere il sale sul terreno, cosicché più nulla possa mai più crescervi e nulla - nemmeno una singola misera piantina - possa emergere dal sottosuolo e far rivedere la luce a qualsivoglia singola molecola di quella vergognosa orda.

 


2. Spero con tutto il cuore che a tutta la categoria dei "Troppo-Socialmente-Estroversi-su-Facebook" (tutti voi ne conoscete almeno un paio con uno scarso concetto della riservatezza, lo so) vengano rimossi brutalmente gli arti - possibilmente in maniera dolorosa - in modo che siano fisicamente impossibilitati a compunicarmi più nulla su:


  • La natura del Vero Amore, che apparentemente si misura sulle scarse competenze grammaticali dei soggetti interessati ed è sempre direttamente proporzionale alla quantità di punteggiatura superflua.
    Un'altra menomazione non vi sarà fatale, visto che vi hanno palesemente già estirpato il cervello in precedenza.
    "il vero amore è quando due anime si guardano negl'iocchi è si capiscono al volo il vero amore è quando con un solo suo sguardo il cuore va a mille e sembra esploderti per l'emozione le gambe tremano e ti senti al settimo cielo io non so nuotare ma per tè attraverserei tutti gli oceani di questo mondo per raggiungerti pur rischiando di affogare ti amo amore mio..............".
    Giusto. Vale la pena di correre il rischio: vai e affoga.


  • Informazioni che evidentemente sono da considerarsi vitali e che appaiono così meritevoli da figurare su bacheche di gruppi pubblici.
    Autorecensioni di feste e sollazzi poveramente scritte ("oh yeah guys we had so much fun last night the party was awesome I was so wasted I <3 you we are the best because we have so much fun yeah"), ostensioni di foto che vi fate anche mentre state evacuando, autocelebrazioni e automasturbazioni di vario genere, arrivi, partenze, il contenuto proteico della vostra dieta quotidiana (spesso illustrato da foto anch'esso), i vostri intellettualmente avvilenti programmi per la serata, la profondità di pensiero espressa dalle scritte sulle vostre t-shirt, e, last but not least, il luogo in cui vi trovate adesso (oh.Lord.)
    ... odio dover essere proprio io a portare il fardello della triste verità, ma NON GLIENE FREGA UN CAZZO A NESSUNO (NO ONE GIVES A SHIT ABOUT IT).
    Vi prego, lo so che la vostra mamma vi ha convinti di essere unici e speciali, ma davvero: risparmiateci.


  • Foto di cani maltrattati, sanguinanti e/o visibilmente denutriti. Presi a bastonate e costretti a combattere per la gioia di trafficanti d'armi e baffute ex-detenute lesbiche nei peggiori bar di Caracas, rapiti dagli zingari e costretti a imparare a usare la fisarmonica, forzati a essere portati a spasso al guinzaglio da Calderoli, und so weiter.
    Per quanto possa provare pena per i poveri cagnolini - a rotelle e non - mi sfugge il motivo per il quale sia necessaria la pubblicazione di foto che mostrano le povere bestiole ridotte allo stato di hamburger poltiglioso. Non hanno già sofferto abbastanza?
    Ma soprattutto non capisco perché DETTE FOTO DEBBANO ESSERE SEMPRE CONTORNATE DA SCRITTE MOLTO LUNGHE E IN MAIUSCOLO, COME SE OGNI PERSONA CHE MALTRATTA GLI ANIMALI DICESSE "OH GUARDA, SU FACEBOOK DICONO CHE DOVREI SMETTERLA DI INFILARE CHIODI NELLA SCHIENA DEL MIO LEVRIERO. FOSSE PER ME NON L'AVREI FATTO, MA DATO CHE LO SCRIVONO IN MAIUSCOLO, SMETTERO' ALL'ISTANTE".
    E ricordate: se si tratta di Carlini o Chihuahua, non è maltrattamento: è buona norma.
    (Per i bambini buoni che praticano la sublime arte dell'indignazione: si chiama 'trollaggio', dicesi anche 'stronzeggiare'. Rimettetevi in tasca quei pugnetti furenti, qui si scherza... claro?).

 

 

3. Io spero e agogno e bramo che ogni 'clubber' di Cardiff il quale ritenga che "Move Like Jagger" sia una canzone degna di essere sparata ad un volume apocalittico in ogni.locale.o.spazio.pubblico rimanga appiccicato irreparabilmente a ogni pavimento sudicio di ogni maledetto club di questa città, e che di conseguenza debba venire chiamato un addetto con una sega a motore per liberarli.
La mia speranza è che tale addetto sia completamente ubriaco e fatto, che abbia gravi deficit visivi, che soffra di incontrollabili spasmi e tremori e che sia anche un sadico pezzo di merda. E spero che mentre il mio nuovo migliore amico vi affetta con voluttà, nelle casse venga pompata la Cavalcata delle Valchirie di Wagner. Per dare un tono epico alla faccenda.

 


4. Infine, una nota puramente personale. Potete concedermela, vi ho intrattenuti finora.
Io prego silenziosamente ogni notte perché la furia divina spazzi via dalla faccia del pianeta l'anonimo deficiente che si è divertito a rubarci il cassonetto dell'immondizia (per la SECONDA volta).
Immenso cretino, stronzetto impagabile, ti è andata bene che il Natale è già passato, altrimenti avrei chiesto a Santa Claus di farmi un regalo: farti inghiottire da un gorgo di merda e decomposizione, soffocarti a testa in giù nella stessa spazzatura e negli scarti che tua miserevole presenza sulla Terra produce.
Il tuo corpo senza vita sarà infine messo a giacere in mezzo ai rifiuti a eterno monito, come si confà alla regale statura della tua personalità, miserabile faccia da culo.

...oh, sì cazzo, mi sento molto meglio adesso.

Buon 2012.

 

 

For what it's worth

 

 

Worth it?

All the walks into the hail, all the stormy blindness, the tricot desires, the sticky honey-coloured memories, the usb keys, the hippos in our speeches. 

All the shelters built to conceal the awkward silence - all the hostels booked in advance - all the fears - all the dirty cups of tea lying in the sink.

Are they worth it?

All the foam on our beers, all the bangers & mash. All the Christmas trees decorated with teardrops and homesickness. All the québécois acoustic songs. All the pens on the table. All the stereotypes.

The mould on the wallpaper, my shoes after the war, the columns on which I hang up my social insufficiency, a hug before leaving - please. wake. me. up. - the words thrown up against the walls.

All the ginger friends and the new clothes (oh my god, what if I went wrong?) and the desperate benders and the bat-caves in which to hide when it's too much for you and all the pictures of you licking your glass as if it were your sweetest lover (indeed?) and all the gigs on a boat. All the stolen pitchers and the cough and all the random disgust, all tied together . all piled on in your awaken dreams . all bounded into an inextricable knot that oppresses your chest.

Is it worth it?

The carpets. I would say the carpets aren't worth it. But I've searched so long for a house without carpets. [I wanted wood. Wood. Is wood worth it?] I managed to. Is self-esteem worth it?

All the sad shrimps and the food waste. Are they? And boxes after boxes full of spices and ginger and sauce. And junk chips at 2 a.m. [This was the food section, I guess].

And empty beer cans to kick just to show the world how stupid you are. All the greek doppelgangers the insomniac nights during which you start writing something really lame on your blog the bad news and the cool guys (with whom you're not friend with, luckily).

French travellers and german kinda-sorta-intellectual chicks. Oh. Italians. Silence will fall on this topic. Bottles opened during a resignation night - let's follow the fireworks let's follow them.

Were the fireworks worth it? I mean, they're just an illusion. Some colours blooming and fading in a little big-bang, and that's all. Already gone. But don't we like illusion, tell me, don't we?

All the embarassing seminars in which you just clasp and unclasp your hands hoping to be swallowed by the ground. Notes from the underground, Записки из подполья. All the cities of glass, all the white teeth and the city lights, drawn together on a semi-transparent map. Find the right place for me in the map. Show me if you can, I dare you.

Is it worthy?

All the hoppípolla and the mamihlapinatapai and all the weird-sounding words of the world. The traffic lights. Every damned moment in which we lack toilet paper (life is so unfair, isn't it? Where's your God now?)

Family Fish Bar. Postcards. Goosebumps. Edward Sharpe & the Magnetic Zeros. Raising Hope. Jerks full of themselves (oh look at me look at me look at me look at me look at me look at me I'm an Erasmus hey why aren't you looking at me?). Michel de Certeau. Hollister guys. The smoke of cigarettes shadowing the chilly breeze. Purple soap. Just me and you.

Do you think it worths?

Do you think that swimming slowly into a Starbucks' cup of frappuccino would worth the effort? Do you? Because I'd prefer a tea, if you don't mind.

All the suicide notes, all the snowflakes on the shops' windows. The warm showers - the overwhelming oblivion of mind. And your annoying tendency to make a list for everything. and and and.

Are you still dreaming of Reykjavík, my beloved friend? Do you think this is being worthy?

'cause I think so.

 

Photo courtesy of: De Vetpan

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(download)

Please could you stop the noise, I'm trying to get some rest
From all the unborn chicken voices in my head

 

How many months how many years spent with eyes wide-open, while the barenaked night bites my forehead...? How many sheets embraced my sleepless nights?
And why Last.Fm makes things even worse, hitting where it hurts, with Jeff Buckley and his bleeding heart thrown away on my feet?

She says - she, My Favourite - that, according to the laws of physics, you must never wonder 'why'? There's no reason 'why', you can just find out 'how'.

But how can you explain this whirling rollercoaster, the everlasting tempest in my head? I'm caught into the storm, eternally driven by the waves, and I - oh I just want the world to stop - Belle and Sebastian know something about it, ask them.

Why the laughter of yesterday have turned into desperation today? What's wrong with me? - Oh crap, the Question that wakes you up at night. It bursts out unexpectedly and corrodes your nerves; it sleeps on the bottom of your stomach like a bacterium and melts into your veins. The slowest poison on earth.

Blue mood and storms, icelandic music and rage. And the feeling that you're never in the right place. What's my place? Where can I go to put everything in its right place? Oh shit, there's just me here. Sidereal spaces, deepest oceans... still not enough to conceal my soul from the gaze of the world.

Tell me, my friend, where can I go? Do you know how to disappear completely?

After being polverized, after become dust on the ground, will I finally find a peace of mind? Then maybe the storm'll carry me around again. Over, and over again - restless.

I don't dance; no, I never dance. And you know why? Because I only dance with the wind that blows and grinds and chews my broken bones. I won't find another partner, I'm alone in the wind. He loves me, he loves me not - wonders the pale daisy. Does the wind love me? 'cause it is so cold - so freezing - that stabs and wounds my chilled skin.

Shout in the wind - SHOUT. It can't hear ya anyway, it's deaf - he had not heard / My heart's unuttered cry.

The wind has no answer Thom Yorke has no answer my beloved friend - she, My Favourite - has no answer Physics has no answer Religion has no answer Sex has no answer Voodoo has no answer The German Government has no answer Mexican drug-dealers have no answer. I'll try to google it.

Let's try. "WHY AM I SO WRONG?" - Almost 1.530.000 results. And still no answer. Let's try with something stronger: "WHY AM I SO FUCKING WRONG?" - 4 results, among which the new Green Lantern movie's Trailer (what the heck?).

I keep on laughing; insomnia tickles my feet at night, till I lie breathless. I squat, tryin' to protect me from the monsters under my bed - where the Wild Things are.
There's no light above my pillow, no brightness under the blankets, stars are fading away behind the fog.

The thirsty fog: it haunts me - it wants to swallow my breath. The hungry fog: it grabs my hair (oh man, this is why I cut it so short) and licks my neck. There's poison on my neck: it's the night's saliva, burning my skin, flaming underneath. 

And then you wonder why I cannot sleep? How can I sleep, knowing that the Creatures under my bed - inside my head - out of my window are waiting for me? They are awake. Always awake.

Nightmares on my bed linen - like the petals in American Beauty. Sleeping naked on a bed of roses - sleeping naked on a bed of nightmares.
And naked will be the pale daisy, when all its leaves will be gone and still no question will be answered. Sleeping naked on a bed of question-marks.
They won't leave me alone, they feed themselves sucking my bitter blood. Vampires... but they don't glow under the sunlight, I'm sorry but no one will ever make a blockbuster out of it. This 's not so glamorous.

This is just a matter of freakin' sad music - music with no light in it - paranoid androids, insomniac insects, ice age creatures, trembling naked daisies, a gaze from the abyss and fifteen drops of anxiolytic. And the same Miss Big Question over and over: "WHY AM I SO FUCKING WRONG?"

 

(Drawing by Don Moyer)

...and then we saw land.

    When I see land you will conjure up a storm
    When I see land you will conjure up a storm
    And I will tie your hands to the highest mast
    When I see land, land, land

Ho deciso: domani ci sdraiamo sotto l'albero, nel parco, e ci restiamo fino a che tutte le foglie non saranno cadute; saremo sepolti dalle foglie gialle, la nostra tiepida tomba, il rifugio per l'inverno.

Quando tutte le foglie saranno cadute, quando avremo dormito intrecciati - confortati da quel tepore, ho deciso che taglieremo l'albero e conteremo gli anelli per vedere da quanti anni esiste.

Se vuoi, poi potrai tagliarmi un braccio e vedere da quanti anni esisto.

Con il legno dell'albero costruiremo una zattera e la faremo scivolare in mare. Solleticata dalle alghe, carezzata dall'onda, la nostra zattera ci porterà lontano. Ho deciso che passeremo un'estate in mare aperto a disperdere messaggi nelle bottiglie.

Su uno ci sarà scritto: "affrancatura a carico del mittente".

Su un altro: "ti sto osservando"

Su un altro ancora: "complimenti! sei il centesimo destinatario di questo messaggio. NON E' UNO SCHERZO! clicca per scoprire se hai vinto un iphone"

Su un altro (che spero arrivi a te) ci sarà scritto solo: "tu puzzi".

E così fino a che non avvisteremo terra. La chiameremo 'casa' e ci metteremo l'ombrello ad asciugare, ma poi tornerà la pioggia e avremo voglia di saltare nelle pozzanghere. Pozzanghera dopo pozzanghera (hoppìpolla) arriveremo dall'altra parte del mondo, dove camminano a testa in giù e non sanno cos'è una forchetta. A proposito di forchette: si è fatto tardi, è ora di cena. Torniamo a casa?

Per tornare a casa scaveremo un buco profondissimo e sbucheremo agli antipodi, nel posto dove è casa. E' una bella sensazione non dover più camminare a testa in giù. Ma il problema è che si è fatto buio, la luce è cambiata, e 'casa' non la troviamo più.

Ho deciso che tanto vale perdersi, la mappa la useremo come coperta per scaldarci se il nostro respiro sarà già increspato di brina. Non ricordo più l'estate, non la ricordo più.

Forse se mi dai un bacio sulla punta del naso il freddo svanirà. Forse mi illuminerò di una luce dorata, e non mi spegnerò fino allo svegliarsi della prossima stagione. O forse basterà prestarmi il tuo cappotto, che uomini così non ce ne sono più.

Ho deciso che domani andiamo in un negozio di dolci e compriamo mille caramelle a forma di coccodrillo e le liberiamo nella fontana e vediamo se nuotano. E se non nuotano, pazienza: tanto siamo lontani da casa, nuoteremo noi.

Compriamo una vecchia macchina fotografica, e facciamoci delle foto dai contorni sbiaditi. Così non sapremo come sono fatte le nostre facce e penseremo di essere sfocati - indefiniti - nebbiosi. Tanta roba.

Guarda che lo so che non so scrivere, che ti credi. E' solo che è notte e mi manca saltare giù dai treni in corsa come facevamo una volta - non lo abbiamo mai fatto, ma vedi, avremmo potuto farlo; noi siamo delle persone sfocate e possiamo fare tutto quello che ci va. Mi dispiace per quelli che vivono nel loro mondo in hd, con tutti i contorni al posto giusto; se solo sapessero cosa si prova, si getterebbero nella polvere pur di perdere definizione.

Ti ricordi quando mi dicevi che sarebbe bello vivere sotto il mare scappare lì e mangiare alghe e uova di pesce e tagliare le reti dei pescatori con i denti? Ho scoperto che affittano a equo canone. Ho deciso che domani andiamo a vivere sotto il mare. Come Spongebob, bravo.

Che immagini romantiche che ti vengono in mente. Spongebob. E io che volevo scappare con te, farti poggiare la testa sul mio petto e farti addormentare con il ritmo del mio respiro. E mi ritrovo a pensare al moto circolare delle onde.

Ho deciso che domani scappo dove non mi puoi trovare, lontano lontano. Ma poi seguirai le briciole di pane e mi troverai nascosta nella credenza, a mangiare biscotti. Domani facciamo i biscotti?

Poi andiamo in bicicletta, e entriamo in una chiesa in groppa alla bici, e ci facciamo cacciare via. Ti ricordi che ridere quella volta? Ma cos'hai da ridere, che non è mai successo? Domani, ho detto.

Ti va di venirmi a prendere domani? Possiamo fare finta che non ci conosciamo, e poi mi offri un tè e mi porti in riva al mare e mi presti la giacca e parliamo della musica che ci piace e dei libri che abbiamo letto e dei film che abbiamo visto e mi fai arrossire e mi accarezzi il viso e mi dai il nostro millesimo primo bacio? Ti va?

Ti va di aspettarmi dietro l'angolo? Poi potremmo farci dei vestiti di cartone e chiedere ai passanti di scriverci sopra i loro pensieri. Poi mi metto su gli stivali e andiamo a soffiare nelle bottiglie di vino. Oppure semplicemente andiamo a svuotarle, che poi ci servono per metterci dentro i messaggi.

Facciamo un pupazzo di neve che assomigli a Nietzsche e ci mettiamo una scopa per fargli i baffoni. Poi magari un cavallo passa di là e fanno amicizia.

Ho deciso che domani andiamo a buttare giù unmilioneduecentodiciassettemilacinquecentoquattro palline rimbalzine dal grattacielo più alto della città e poi ti darò un bacio per ogni finestra che riusciamo a rompere. I finestrini delle macchine però non valgono.

Ho deciso che domani ci mettiamo nudi e conto tutti i pori della tua pelle, uno per uno. Ho deciso che domani apriamo la finestra e facciamo volare delle meduse di carta. Che la tua medusa arriverà fino a qualche cratere di Giove, ne sono sicura.

E adesso dormi, che domani abbiamo un po' di cose da fare.

 

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Ricordami di me - Parte II

La mia maglia ha un piccolo buco. E' sul davanti, ma si vede appena. Non sembra inciso dalla fame delle tarme, e non è una bruciatura; sembra un piccolo strappo. Ma non so dove né come possa essermelo procurato. Per gli altri, per la gente normale, una strappo evoca un milione di cose: ogni volta che lo si guarda, riaffiora alla mente quella sbronza con gli amici, quella festa, quella fuga in mezzo ai cespugli, quella pisciatina clandestina in mezzo ai rovi... Per me è solo uno spazio vuoto, impossibile da ricucire o da riempire. Ci infilo dentro la punta del mio dito, sperando di avere un'illuminazione improvvisa, ma è un gesto senza senso.

La mia memoria ora è così. Uno spazio non significante in cui invano infilo le dita cercando di sondarlo per trovarci una verità. Attenzione: non INsignificante. La parola "insignificante" presupporrebbe un disinteresse da parte mia, come se non mi importasse cosa c'è DENTRO a quel buco, cosa c'è DIETRO, come se non mi interessasse scoprirlo. Semplicemente, quel buco non significa: non riesco a ricollegarlo, a connetterlo con nulla. Un buco è un vuoto, una parte mancante, ma per gli altri potrebbe essere un pieno, la porta per un mondo del "prima". A me rimane solo quel vuoto, quella mancanza di senso: la porta è chiusa a chiave, e non conduce da nessuna parte.

- Eloise - mi dice mia madre - non posso sapere come ti sei procurata tutti i buchi e gli strappi sui tuoi vestiti. Non è che tu abbia passato ogni minuto della tua vita con me. Chiedi ai tuoi amici.

Questo mi dice mia madre, con la sua "r" che scivola via come un liquore ghiacciato.

Chiedi ai tuoi amici di riempire i tuoi vuoti, mi sta dicendo. Ma temo che siamo rimasti da soli, io e i miei vuoti. Gli amici, i compagni di università, i "conoscenti" (coloro che conoscono... ma che conoscono cosa?) all'inizio mi sono stati vicini, hanno mostrato la loro solidarietà. Ho ricevuto degli splendidi fiori (> Gigli? Rose bianche? Era qualcosa di bianco... margherite?), e molti pupazzi, tra cui un'ape di pezza che mi sorride, inconsapevole e ottimista, da sopra il comodino. Qualcuno ha pianto.

Ma abbiamo paura del nulla, e siamo terrorizzati e affranti dall'idea di essere dimenticati. Per questo i potenti fanno erigere statue con le loro fattezze: che cos'era la demolizione della statua di Saddam se non un tentativo di rimuoverlo dalla memoria, un dimenticare collettivo, un voler "andare oltre"? Però abbiamo paura dell'oblio, una paura fottuta.

- Ma davvero non ti ricordi di quella volta che a lezione ho rovesciato l'acqua addosso a Giovanni? Davvero non ti ricordi di quant'era incazzato?

Non solo non mi ricordavo di quella volta che lei aveva rovesciato l'acqua addosso a Giovanni, ma non avevo la benché minima idea di chi fosse Giovanni, e - ancor più grave - non avevo idea di chi fosse la ragazza con cui stavo parlando.

- Sono Marzia, ma non ti ricordi? Al secondo anno siamo state anche in stanza insieme a Parigi, durante il viaggio con il prof di Arte Moderna. Ma non ti ricordi nemmeno di lui? Coso... Camparini, si chiamava. Guardava tutte le ragazze nella scollatura! E poi all'esame ti aveva chiesto quelle cose imbarazzantissime sul nudo nell'arte... Io ti avevo passato gli appunti e ci avevo disegnato dei porcellini che dicevano "saluti e baci da Camparini"... ma davvero non ti ricordi?

Marzia mi guardava speranzosa, mordendosi il labbro inferiore, con i suoi denti storti che facevano capolino dalla bocca sottile come una foglia di salice. Mi osservava da sopra gli occhiali, studiandomi per capire se stessi dicendo sul serio.

- Marzia, tu sei molto gentile e le informazioni che mi stai dando mi sono molto utili, ma io non ricordo assolutamente nulla di tutto questo.

- Ma non ricordi niente niente? Neanche di me?

Ne seguì un silenzio imbarazzante, un altro vuoto fra i mille della mia nuova esistenza.

- No, Marzia. Neanche di te.

(> Preso da: appunti conversazione con Marzia. Pavia, bar dell'università, gennaio 2011. Quaderno viola, n°2. Nota: recuperare gli appunti di Marzia con i porcellini).

Nessuno, nemmeno il più paziente, poteva sopportare il pensiero di venire cancellato in una maniera così brutale. Io ero la perdita delle loro certezze, una sorta di personificazione della loro insicurezza, e ciò era intollerabile perché in fondo tutti vorremmo lasciare un segno. I ragazzi che incidono i loro nomi sulle panchine del Lungo Ticino, quelli che scrivono sui blog, le adolescenti che si scattano le foto da sole, Camparini con i suoi libri e le sue lezioni, Marzia con i suoi appunti. Tutti vorremmo essere per sempre. E invece siamo solo per un attimo.

Stando con me tutti si irritavano; presto alla commiserazione (o al sincero dispiacere) si sostituiva un profondo fastidio. Un grande disagio si frapponeva fra me e qualunque altro, a partire dalla fatidica domanda:

- Ma non ti ricordi di me?

- Io non mi ricordo neanche di me... come posso ricordarmi di te, di voi, di Camparini?

Quando possibile, scrivevo, cercando di rendere le persone indelebili sulle mie carte (ma l'inchiostro poi col tempo scolora?).Se era un pezzettino di immortalità che volevano da me, quello era l'unico modo.

Anche con loro ricostruivo, cercavo indizi. Ero un detective, facevo persino gli interrogatori.

> Appunti di conversazione con Gabriele. Pavia, circolo RadioAut, concerto dei 'Marshmallows vs. The Campfire", 22 marzo 2011. Quaderno giallo e blu, n°3: 

- Ma sei matta? Ma prendi appunti mentre parlo? Ho capito che dico cose interessanti, ma te esageri!

- Non ti gasare, Gabriele, è solo per me: devo riempire i vuoti, quindi devo sapere delle cose.

- E la madonna, però mi metti in crisi così. Sembra che mi fai l'intervista... poi ti faccio anche l'autografo?

Gabriele regge in mano una lattina di birra: sopra c'è scritto Zeit Bräu (lattina verde e argento). Al polso ha un laccetto di cuoio intrecciato. Capelli rasati, piercing al labbro. Porta una camicia a quadri bianca e azzurra a maniche corte, e pantaloni beige (avrò anche perso la memoria, ma sono in grado di capire lo stesso quanto l'accostamento sia atroce). Gabriele è un arrogante: lo si capisce dalla sua postura al bancone e dal modo in cui enfatizza il suo accento lombardo. Del gruppo che suona (> punk-rock, cantante mezzo algerino con capelli ricci a fungo) a Gabriele non frega nulla: è lì per "fare presenza", per "esserci". Magari non mi ricordo un cazzo, ma sono in grado di riconoscere un coglione quando lo vedo; più ci parlo e meno mi capacito di poter essere stata amica di questo individuo.

- Senti, Zizi...

- Zizi?

- Sì, Eloise uguale "Zizi". Ti ho sempre chiamata così. Figa, ma neanche questo ti ricordi?

- No, "figa", neanche questo mi ricordo, no.

- Io Gabu, tu Zizi.

- Io Tarzan, tu Jane, insomma.

- Sì, e Cita la fa quello lì che canta. (E' un'allusione al fatto che il cantante è algerino, uno di quelli che "Gabu" e gente della sua risma potrebbero chiamare col simpatico nomignolo di "Africa"?)

- Senti... ehm, Gabu... Ho bisogno di sapere qualche episodio della mia "vita precedente", del mondo prima dell'incidente. Ti va di raccontarmi qualcosa?

Gabriele si passa una mano sulla pancia, stirandosi la camicia e gonfiando il petto, Si gratta dietro l'orecchio e poi prende coraggio:

- Guarda, Zizi, io magari non dovrei dirtelo ma te lo dico lo stesso. Cioè, magari non è proprio il massimo dirlo così, però ...beh dai ormai lo dico: te prima dell'incidente mi venivi parecchio dietro. Cioè una roba che proprio lo sapevano tutti tutti, e mi avevi pure chiesto di uscire insieme.

La notizia mi rigira lo stomaco.

- Ma sei sicuro?

Ride. - E certo che son sicuro! Tipo che dopo lezione praticamente mi braccavi, mi mandavi messaggi. Poi mi hai chiesto di uscire noi da soli.

Sempre più sorpresa, chiedo con timore:

- E tu?

- Eh, e io... Vabbè però, figa, non è bello da dire.

- Coraggio.

- Eh io ti ho detto di no, che preferivo restare amici perché eri un po' troppo ...ossessiva, capito? ...Però adesso non te la prendere! Anche quella volta c'eri rimasta di merda.

Gabriele si tocca la nuca. Vorrebbe mostrarsi imbarazzato o dispiaciuto, ma qualcosa nel suo mezzo sorriso tradisce un certo compiacimento. A me tutto dà dell'incredibile, però forse questo giustificherebbe la mia antipatia nei suoi confronti: una mia parte subconscia potrebbe aver registrato il suo rifiuto e magari c'è una parte di me che ancora si sente insultata. Lo osservo bene. In fondo forse questo ragazzo non è così male: mi piace come si rigira il bracciale di cuoio intorno al polso, e ha dei begli occhi castani. Forse sì, forse c'era qualcosa.

- Ehi Zizi, ma sei mica offesa?

- No... non lo so. Offesa no. Un po' stupita, forse.

- Comunque se ti consola poi ci ho pensato e dopo l'incidente e tutto mi sono sentito un po' un merda. E ho pure pensato che magari, figa, potevo anche darti una seconda occasione. Per questo ti ho invitato a uscire stasera, mica per vedere sto gruppo del cazzo...

Poi, con le mani a megafono intorno alla bocca, rivolgendosi verso il palco: - Fate cagare!

Ridacchia e beve un sorso dalla sua lattina. Notando la mia espressione vagamente sconcertata si affretta a correggere il tiro.

- Cioè no, piano. Non è che ti ho invitata per provarci eh. Poi tu adesso hai tutto il cervello scombinato da sto incidente, sarai confusa, immagino. Però era per farti sapere che magari tra un po' se ti va possiamo provare a uscire insieme... sempre se sarò ancora single. Sai, mercanzia del genere si vende in fretta.

E fa un gesto con la mano come per illustrare la "mercanzia" a me, sua possibile clientela. Non so se giudicarlo ironico o un po' presuntuoso.

- Oddio, Gabu. Così su due piedi non saprei. Penso che si potrebbe fare, però adesso come adesso hai ragione tu. Ho il cervello fottuto, è tutto bucato... Ho un sacco di confusione, di roba da sistemare qui dentro.

- Vabbè, metti un po' d'ordine dentro al Gulliver e poi ci risentiamo.

- Il... Gulliver?

- Il Gulliver! La testa! Madonna, non ti ricordi neanche Arancia Meccanica? Ma allora sei fottuta proprio!

Sì, Gabu. Son fottuta proprio. Esco dal RadioAut con passo incerto e mi incammino verso casa. Possibile che io sia stata così attratta da quel tizio da "braccarlo"? Era da me? La cosa mi sconvolge. Possibile che io sia talmente fottuta da non ricordare nemmeno questo aspetto del mio carattere? > Appunto: Chiedere a Marzia.


> Appunti di conversazione con Marzia. Pavia, sede dell'università - Palazzo San Tommaso, 24 marzo 2011. Quaderno giallo e blu, n°3:

- Marzia scusami avrei bisogno di chiederti una cosa...

Marzia è visibilmente in imbarazzo: ogni volta che parla con me non sa se alla prossima mi ricorderò di lei o meno. Però la sua buona educazione solitamente prevale sul disagio.

- L'altro giorno ero al RadioAut, ero a sentire i "Marshmallows vs. The Campfire"...

- Ah, ho sentito che spaccano! Ti son piaciuti?

- Sì, sì, ma non è questo il punto. Ero con un ragazzo e gli chiedevo alcune cose di me. Sai, per ricostruire, come ha detto il dottore. Bene, questo ragazzo mi dice che tempo fa avevo una cotta tremenda per lui, che praticamente lo braccavo. E gli avrei chiesto di uscire, ma lui mi avrebbe rifiutata perché ero troppo ossessiva. Ora io sono preoccupata, perché non credevo di poter essere una specie di stalker, però Gabriele...

- Aspetta. Ferma tutto. Gabriele? Gabriele Giotti? Gabu?

- Sì, lui.

- Piercing al labbro, capelli rasati...

- Direi che corrisponde.

Marzia spalanca talmente gli occhi che i suoi occhiali rischiano di caderle dal naso. Si prende la testa fra le mani e scoppia a ridere.

- Ma che coglione! Allora è proprio un deficiente! Eloise, era lui a darti la caccia. Era una palla al piede, ti scriveva in continuazione, si era preso una sbandata allucinante. Ma non ti ricordi che ti aveva scritto una poesia? "I tuoi capelli sono come i campi di grano di Van Gogh, la tua pelle" bla bla bla, un sacco di menate...

- No Marzia, non mi ricordo.

- Ah già è vero, scusa. Beh, insomma, ti aveva chiesto di uscire tipo un miliardo di volte e tu l'hai brutalmente seccato perché è un vero cretino: pensa che ti aveva scritto la cosa su Van Gogh perché era convinto che il Belgio e l'Olanda fossero lo stesso paese e quindi che tu e Van Gogh foste compatrioti. Non ci posso credere che adesso stia approfittando della "tua situazione" - lo dice con le virgolette, Marzia la gentile - per chiederti di uscire. Anzi, per convincerti che sei TU a voler uscire con lui! Ma guarda che razza di imbecille. Si meriterebbe una lezione.

- Ci penseremo, Marzia. Ci penseremo ed escogiteremo qualcosa.


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Photo by: mariemagenta

Ricordami di me - Parte I

Mi chiamo Eloise. Oggi è il 14 maggio 2011 e a questa data ho 24 anni. Sono nata il 27 gennaio 1987. Vivo a Pavia, vicino al Ponte Coperto. Ho un fratello di due anni più piccolo di nome Francesco: studia Fisica Astronomica all'università. Qualcuno pensa che voglia fare l'astronauta ma se glielo dici si arrabbia moltissimo, perché a quanto pare non c'entra niente. Mia madre si chiama Julie, ed è belga. Ha i capelli rossi. Io sono nata in Belgio, a Verviers, ma quando avevo due anni e mezzo ci siamo trasferiti in Lombardia per il lavoro di papà. Si chiamava Giulio, lavorava per la Kinder. Quando ha conosciuto la mamma era in viaggio per lavoro.

> Ricorda: Scrivere l'episodio del loro incontro. Papà che compra il libro e lo dimentica sulla panchina della stazione. Mamma che lo rincorre. Particolare del foulard blu.

Papà è morto nel 2010, nell'incidente d'auto che mi ha fottuto il cervello. Un ragazzo di ventidue anni, completamente ubriaco, si è schiantato contro la nostra auto un venerdì sera. Era una sera di luglio, umida, appiccicosa. Papà guidava, era venuto a prendermi dopo la palestra. Aveva insistito per venirmi a prendere perché - parole sue - non si fidava degli uomini che ci sono in giro e non voleva che "una bella ragazza come me andasse in giro da sola la sera attirando chissà quale genere di svitato o di maniaco". Eravamo a bordo della nostra una Golf nera targata PV 09 GH 07. L'aria condizionata era posizionata sulla penultima tacca e alla radio trasmettevano una canzone portoghese che non avevo mai sentito. Sul sedile posteriore giaceva abbandonato un ombrello color senape bordato di blu. C'era una piccola ragnatela che velava l'angolo dello specchietto retrovisore sul mio lato, e che sventolava leggermente come una piccola bandierina. Il polsino destro della mia felpa era leggermente scucito. Eravamo in silenzio, papà mormorava appena seguendo la musica della canzone. Nel momento dello schianto la donna che cantava sembrava estremamente serena. Ricordo che chiusi gli occhi un istante, per godermi la calma infusa da quella voce. Quando riaprii gli occhi, erano passate più di tre settimane e papà era morto.

Non morì sul colpo: lo portarono in ospedale privo di sensi, cercarono di operarlo per salvare il salvabile, ma "non ce la fecero" (è questo il modo in cui parlano i dottori nei telefilm, no?).

Il ragazzo dell'altra macchina ne è uscito senza un graffio, mentre io ho passato tre settimane e tre giorni in coma. Quando mi sono svegliata _________________ (> Cos'hai provato?).

Quando mi sono svegliata, i medici hanno parlato con me e con mia madre: tutto il mio corpo funzionava; le gambe, le braccia, la bocca. Potevo mangiare, potevo parlare. Avevo delle ferite superficiali, mi sarebbe rimasto qualche segno, qualche cicatrice (solo poi avrei scoperto l'importanza di questo termine: segno. Allora non capivo ancora, non potevo immaginare). Tutte le mie facoltà mentali sembravano intatte. Ero scossa, mortificata, sconvolta dalla perdita di mio padre (> sensi di colpa), ma "funzionavo".

Il ritorno a casa fu devastante: ovunque c'erano gli oggetti che da sempre caratterizzavano la figura di mio padre, che avevano ancora stampate sopra le sue impronte, che ancora portavano l'odore della sua personalità. La pipa di legno scuro, portata all'angolo della bocca più per darsi un tono che per altro. Gli occhiali da lettura con la montatura rossa. Si vedeva ancora chiaramente l'impronta del suo pollice su una lente. La tazza da tè con su scritto "Keep calm and carry on" che gli avevo portato da Londra se ne stava attonita sulla scrivania, coperta da un velo di polvere, inconsapevole che non avrebbe incontrato mai più le labbra di mio padre. Papà era ancora dappertutto, era un riverbero, una corrente d'aria. > Mamma come stava? Forse indelicato chiedere. Possibilità di chiedere a Francesco?

Mamma era ___________________. Francesco era terrorizzato: era impacciato, e spaventato per il futuro. Sarebbe toccato a lui fare "l'uomo di casa"? Non ne aveva la stoffa, aveva la testa persa sempre fra le sue stelle, sui suoi pianeti lontani. Il solo pensiero di avere maggiori responsabilità nei confronti della famiglia lo faceva tremare come una foglia, non era pronto.

Io dovevo convivere con il mio senso di colpa e con i miei "se". Se non fossi andata in palestra quella sera, se fossi uscita prima, se non avessi accettato di farmi venire a prendere in macchina... Sterili ipotesi su una realtà alternativa, su un mondo parallelo. Sterili, ma inevitabili.

Pensavo costantemente al ruolo che avevo avuto nella morte di mio padre, mi sentivo come la Parca che aveva tagliato il filo della sua vita. Tutta la casa lo respirava, tutti gli oggetti ne riflettevano l'immagine, tutto portava il suo ricordo. E io desideravo dimenticare. Non papà, ma quello che gli avevo fatto, quello che era successo per colpa mia: volevo dimenticare la sera dell'incidente, cancellarla dalla mia memoria per sempre.

Il destino però è ironico, e se c'è un Dio, evidentemente si diverte a farsi beffe di noi. Ho cominciato a scordare delle cose. Prima piccoli dettagli, memorie lontane. Poi cose sempre più recenti, e sempre più importanti e significative.

Non che mi fossi dimenticata come ci si allaccia le scarpe, o come aprire la porta di casa. Non riuscivo a ricordare storie, episodi della mia vita. Tutto era cominciato con i libri: storie che ricordavo praticamente a memoria erano sparite. Romanzi che avevo letto e riletto almeno una decina di volte, all'improvviso erano per me sconosciuti: era come se li avessi aperti e avessi scoperto che tutte le pagine erano bianche. Poi cominciò ad accadere con gli episodi della mia infanzia: d'un tratto la storia del mio pianto disperato in piazza quando mi vestirono da clown non mi apparteneva più (> Nota: farsi raccontare di nuovo l'episodio). Poi fu la volta del mio primo bacio, del concerto dei Muse, della prima lezione all'università.

Il dottore che mi visitò (> Nome?) disse che probabilmente avevo subito dei danni cerebrali dei quali in un primo momento nessuno si era accorto; lo scontro poteva aver danneggiato i centri della mia memoria episodica. Non risultando però nulla di visibile dalle analisi, l'altra ipotesi era che l'origine del disturbo fosse psichiatrica. In parole povere, mi sentivo talmente in colpa per la morte di papà da volermi proteggere rimuovendo i miei ricordi. Però il ricordo della sera dell'incidente, la voce che cantava la ragnatela l'ombrello l'aria condizionata, era indelebile e limpidissima. Era forse l'unica cosa congelata in eterno, rimasta intatta e incredibilmente nitida.

Quando mia madre capì la gravità della situazione (> Cioè quando esattamente? Quale fu l'episodio preciso?) ________________ Quale che fosse il motivo, i dottori stabilirono che dovevo cercare di preservare la mia memoria. Cominciai a tenere diari, quaderni, post-it, pezzi di giornale, tovaglioli sui quali annotavo, vorace di ricordi di volti di parole, tutto ciò che mi ricordavo. Per cercare di afferrare le briciole di un'esistenza che mi stava sfuggendo di mano, che mi stava scivolando tra le dita inesorabilmente. Foto appese alle pareti, biglietti dell'autobus, scontrini della spesa, disegni, canzoni, buste vuote, pezzi di pellicola.

La mia vita ora è un collage di pezzi di carta appiccicati ovunque; è una vita piena di spazi vuoti, di punti di domanda, e di postille per quando è necessario acchiappare immediatamente un pensiero prima che scappi via. La mia vita è un castello di sabbia che la marea tenta di portarsi via poco a poco. Forsennatamente, cerco di ricostruirlo, tento di fermare la sabbia con le mie mani. Disperatamente, scrivo. 

Io sono Eloise. Ho 24 anni, vivo a Pavia. Poco a poco sto dimenticando ciò che vorrei ricordare, ma non riesco a dimenticare l'unica cosa che vorrei cancellare. Quindi devo scrivere. DEVO. Per non dimenticarmi di me stessa, Per ricordarmi di me.

 

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Thanks to: AbsurdWordPreferred per la foto.

Fiori bianchi e raggi UV - Giudizi universali.

Dai un punteggio. Appiccica un voto addosso a Baudelaire, a Stephen King, alla Marcuzzi. Alle tette della Marcuzzi. Dai un voto a Carlo Emilio Gadda. A Geoffrey Rush, ad Elsa Morante, a Pennac. Stila una classifica.

A Dante e a Pulp Fiction. Alla pizza e il brodo. A Tarantino e Caravaggio. Dai un punteggio ai miei capelli, al mio seno, appiccica un'etichetta alle mie scarpe. Al Bambino Gesù. A Dickens, a David Foster Wallace, a Manzoni. Però quello vero: Piero.

Un punteggio, da 1 a 10. Non essere timido. Quantifica D'Annunzio, Roberto Baggio, D'Alema, le zanzare. La musica d'estate, le sigarette spente, la pancia di tua mamma. Dai un voto a Pasolini, a Paperino, a Pratolini.

Dimmi chi è migliore fra me e Arbasino, fra me e Segre, fra me e te. Un voto su Seneca, sui Massimo Volume, sulla pasta in bianco. Sulla triade "caffè - sigaretta - cacca". Sul rumore che fa il mare d'inverno, sui Paralipomeni della Batracomiomachia, su Tim Burton, sul sugo alle melanzane.

Appendi un cartello intorno alla testa di David Lodge, di Ungaretti, di Ambra Angiolini. Dimmi quanto valgono. Dimmi quanto vale un bacio, un saggio di Contini; dimmi quanto vale un libro strappato, una macchia di rossetto. Dimmi quanto valgono le rane.

Giudica Roald Dahl, De Sanctis, i miei capelli, la tenda rossa di un sipario. Giudica Steve Jobs, Elio e le Storie Tese, Petrarca, i Santi dei calendari. E i calendari dei camionisti. Dai un giudizio sul colore viola, sull'Esselunga, su Pietro Bembo, sulle partite di pallone da bambino.

Dai un voto alla sabbia nelle scarpe, all'amministrazione del Comune di Voghera, a Maurizio Cattelan. Dai un voto a tutto ciò che si scrive con la lettera maiuscola. Dai un voto a Brecht, a Spitty Cash, a Danny Boyle, alla zia con la pelliccia. A Le Corbusier, a Elmgreen & Dragset, alla pubblicità dell'Auricchio. Dai un voto a Big Bang Theory, all'autobus delle sette e mezzo, a Gheddafi e all'Homo Sapiens. All'arte e alla vita. Dai un voto a questo blog.

Sii l'arbiter elegantiae, guidami, spiegami. Insegnami come si vive, tu che sai. Fammi diventare come te, fammi capire cos'è meglio. Cos'è buono e giusto.

Mostrami la Verità.

...

Lo sapevi che molti fiori che vediamo non sono bianchi, in realtà? Sono colorati, ma noi non possiamo vederlo. Le farfalle sì, le farfalle invece possono. Perché percepiscono i raggi ultravioletti.

E lo sapevi che gli uccelli vedono più colori, ma per loro il sole è blu?

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Photo by Se7en80.

Svendita

Un penny per i tuoi pensieri.
Un penny per tutti i bar squallidi che hai visitato. E un penny per ogni scudetto appeso alle pareti di quei bar.
Un penny per i tuoi pensieri di bambina.
Un penny, solo un penny, per svendere i tuoi sogni.
Un penny per tutte le maglie a righe indossate, e per tutti i calzini consumati sui talloni. Un penny per ogni foto con gli occhi rossi.
E uno per ogni foto con gli occhi chiusi.
Uno per ogni esame, e uno per ogni notte insonne.
Un penny per i tuoi pensieri di ragazza.
Per ogni valigia riempita e svuotata, per ogni treno che ha attraversato le campagne portandoti nella sua pancia. Un penny per ogni volta che sei stata gelosa. Un penny per ogni lacrima, e ne basterebbero per comperare l'Inghilterra tutta intera.
Un penny per tutte le volte che hai sognato di scappare, e uno per tutte le volte in cui hai desiderato tornare.
Un penny per ogni stronzo di cui sei stata innamorata.
E per ogni pisciatina molesta.
Un penny per i tuoi pensieri.
Uno per ogni canzone islandese che ascolti di notte. Uno per ogni capello caduto. Uno per ogni briciola finita fra le lenzuola.
Un penny per ogni scopata. Per ogni dente caduto. Per ogni schiaffo dato o ricevuto. Per ogni merda calpestata. Per ogni quadrifoglio trovato.
Un penny per i tuoi pensieri, un penny per le tue bugie.
Uno per ogni volta che ti sei fotografata le scarpe. Uno per ogni volta che hai desiderato di essere morta.
Un penny per ogni risata inappropriata. E per ogni volta che ti sei travestita da aragosta (quindi, sfortunatamente, solo un misero penny). Per ogni idea mai realizzata, e per ogni pizza messa a scongelare.
Per ogni sbronza finita male, e per quella volta che è finita bene.
Ti offro un penny per ogni volta che hai detto "sono troppo vecchia per questa merda" ["I'm too old for this shit"]. Per un penny, mi venderai i tuoi sogni? Mi venderai ogni gonna abbandonata nel tuo armadio? Ogni brufolo comparso nel momento peggiore? Ogni moda passeggera?
Un penny per i tuoi pensieri notturni. Per le tue ansie, per la tua voglia di mandare tutto all'aria, per la tua rabbia e la tua invidia. Per le tue idee mai realizzate per i tuoi occhi grandi per la fatica che fai nel salire le scale per le tue labbra dischiuse per ogni lezione d'inglese per i tuoi piedi palmati per tutte le volte in cui hai avuto paura per ogni corteo per ogni 25 aprile per ogni concerto.
Un penny per i tuoi pensieri disperati. Per quelli felici. Un penny per ogni volta che hai chiuso un libro, uno per ogni volta che ne hai aperto un altro. Uno per ogni carie, per ogni volta che hai pensato di essere una nullità, uno per ogni tuo talento (n.p.), uno per ogni bicchiere di Montenegro, uno per ogni volta che hai messo il rossetto, e un penny per ogni volta che l'hai tolto subito, perché avevi l'aspetto di una spogliarellista di Las Vegas.
Un penny per ogni medusa vista dal molo, uno per ogni caramella gommosa.
Un penny per ogni pagina scritta.
Un penny per i tuoi pensieri.

...Ma sei sicura che valgano COSI' tanto?

...Io non direi. Mi sa che ti stai SOPRAVVALUTANDO. Un penny, ma figuriamoci.