La mia maglia ha un piccolo buco. E' sul davanti, ma si vede appena. Non sembra inciso dalla fame delle tarme, e non è una bruciatura; sembra un piccolo strappo. Ma non so dove né come possa essermelo procurato. Per gli altri, per la gente normale, una strappo evoca un milione di cose: ogni volta che lo si guarda, riaffiora alla mente quella sbronza con gli amici, quella festa, quella fuga in mezzo ai cespugli, quella pisciatina clandestina in mezzo ai rovi... Per me è solo uno spazio vuoto, impossibile da ricucire o da riempire. Ci infilo dentro la punta del mio dito, sperando di avere un'illuminazione improvvisa, ma è un gesto senza senso.
La mia memoria ora è così. Uno spazio non significante in cui invano infilo le dita cercando di sondarlo per trovarci una verità. Attenzione: non INsignificante. La parola "insignificante" presupporrebbe un disinteresse da parte mia, come se non mi importasse cosa c'è DENTRO a quel buco, cosa c'è DIETRO, come se non mi interessasse scoprirlo. Semplicemente, quel buco non significa: non riesco a ricollegarlo, a connetterlo con nulla. Un buco è un vuoto, una parte mancante, ma per gli altri potrebbe essere un pieno, la porta per un mondo del "prima". A me rimane solo quel vuoto, quella mancanza di senso: la porta è chiusa a chiave, e non conduce da nessuna parte.
- Eloise - mi dice mia madre - non posso sapere come ti sei procurata tutti i buchi e gli strappi sui tuoi vestiti. Non è che tu abbia passato ogni minuto della tua vita con me. Chiedi ai tuoi amici.
Questo mi dice mia madre, con la sua "r" che scivola via come un liquore ghiacciato.
Chiedi ai tuoi amici di riempire i tuoi vuoti, mi sta dicendo. Ma temo che siamo rimasti da soli, io e i miei vuoti. Gli amici, i compagni di università, i "conoscenti" (coloro che conoscono... ma che conoscono cosa?) all'inizio mi sono stati vicini, hanno mostrato la loro solidarietà. Ho ricevuto degli splendidi fiori (> Gigli? Rose bianche? Era qualcosa di bianco... margherite?), e molti pupazzi, tra cui un'ape di pezza che mi sorride, inconsapevole e ottimista, da sopra il comodino. Qualcuno ha pianto.
Ma abbiamo paura del nulla, e siamo terrorizzati e affranti dall'idea di essere dimenticati. Per questo i potenti fanno erigere statue con le loro fattezze: che cos'era la demolizione della statua di Saddam se non un tentativo di rimuoverlo dalla memoria, un dimenticare collettivo, un voler "andare oltre"? Però abbiamo paura dell'oblio, una paura fottuta.
- Ma davvero non ti ricordi di quella volta che a lezione ho rovesciato l'acqua addosso a Giovanni? Davvero non ti ricordi di quant'era incazzato?
Non solo non mi ricordavo di quella volta che lei aveva rovesciato l'acqua addosso a Giovanni, ma non avevo la benché minima idea di chi fosse Giovanni, e - ancor più grave - non avevo idea di chi fosse la ragazza con cui stavo parlando.
- Sono Marzia, ma non ti ricordi? Al secondo anno siamo state anche in stanza insieme a Parigi, durante il viaggio con il prof di Arte Moderna. Ma non ti ricordi nemmeno di lui? Coso... Camparini, si chiamava. Guardava tutte le ragazze nella scollatura! E poi all'esame ti aveva chiesto quelle cose imbarazzantissime sul nudo nell'arte... Io ti avevo passato gli appunti e ci avevo disegnato dei porcellini che dicevano "saluti e baci da Camparini"... ma davvero non ti ricordi?
Marzia mi guardava speranzosa, mordendosi il labbro inferiore, con i suoi denti storti che facevano capolino dalla bocca sottile come una foglia di salice. Mi osservava da sopra gli occhiali, studiandomi per capire se stessi dicendo sul serio.
- Marzia, tu sei molto gentile e le informazioni che mi stai dando mi sono molto utili, ma io non ricordo assolutamente nulla di tutto questo.
- Ma non ricordi niente niente? Neanche di me?
Ne seguì un silenzio imbarazzante, un altro vuoto fra i mille della mia nuova esistenza.
- No, Marzia. Neanche di te.
(> Preso da: appunti conversazione con Marzia. Pavia, bar dell'università, gennaio 2011. Quaderno viola, n°2. Nota: recuperare gli appunti di Marzia con i porcellini).
Nessuno, nemmeno il più paziente, poteva sopportare il pensiero di venire cancellato in una maniera così brutale. Io ero la perdita delle loro certezze, una sorta di personificazione della loro insicurezza, e ciò era intollerabile perché in fondo tutti vorremmo lasciare un segno. I ragazzi che incidono i loro nomi sulle panchine del Lungo Ticino, quelli che scrivono sui blog, le adolescenti che si scattano le foto da sole, Camparini con i suoi libri e le sue lezioni, Marzia con i suoi appunti. Tutti vorremmo essere per sempre. E invece siamo solo per un attimo.
Stando con me tutti si irritavano; presto alla commiserazione (o al sincero dispiacere) si sostituiva un profondo fastidio. Un grande disagio si frapponeva fra me e qualunque altro, a partire dalla fatidica domanda:
- Ma non ti ricordi di me?
- Io non mi ricordo neanche di me... come posso ricordarmi di te, di voi, di Camparini?
Quando possibile, scrivevo, cercando di rendere le persone indelebili sulle mie carte (ma l'inchiostro poi col tempo scolora?).Se era un pezzettino di immortalità che volevano da me, quello era l'unico modo.
Anche con loro ricostruivo, cercavo indizi. Ero un detective, facevo persino gli interrogatori.
> Appunti di conversazione con Gabriele. Pavia, circolo RadioAut, concerto dei 'Marshmallows vs. The Campfire", 22 marzo 2011. Quaderno giallo e blu, n°3:
- Ma sei matta? Ma prendi appunti mentre parlo? Ho capito che dico cose interessanti, ma te esageri!
- Non ti gasare, Gabriele, è solo per me: devo riempire i vuoti, quindi devo sapere delle cose.
- E la madonna, però mi metti in crisi così. Sembra che mi fai l'intervista... poi ti faccio anche l'autografo?
Gabriele regge in mano una lattina di birra: sopra c'è scritto Zeit Bräu (lattina verde e argento). Al polso ha un laccetto di cuoio intrecciato. Capelli rasati, piercing al labbro. Porta una camicia a quadri bianca e azzurra a maniche corte, e pantaloni beige (avrò anche perso la memoria, ma sono in grado di capire lo stesso quanto l'accostamento sia atroce). Gabriele è un arrogante: lo si capisce dalla sua postura al bancone e dal modo in cui enfatizza il suo accento lombardo. Del gruppo che suona (> punk-rock, cantante mezzo algerino con capelli ricci a fungo) a Gabriele non frega nulla: è lì per "fare presenza", per "esserci". Magari non mi ricordo un cazzo, ma sono in grado di riconoscere un coglione quando lo vedo; più ci parlo e meno mi capacito di poter essere stata amica di questo individuo.
- Senti, Zizi...
- Zizi?
- Sì, Eloise uguale "Zizi". Ti ho sempre chiamata così. Figa, ma neanche questo ti ricordi?
- No, "figa", neanche questo mi ricordo, no.
- Io Gabu, tu Zizi.
- Io Tarzan, tu Jane, insomma.
- Sì, e Cita la fa quello lì che canta. (E' un'allusione al fatto che il cantante è algerino, uno di quelli che "Gabu" e gente della sua risma potrebbero chiamare col simpatico nomignolo di "Africa"?)
- Senti... ehm, Gabu... Ho bisogno di sapere qualche episodio della mia "vita precedente", del mondo prima dell'incidente. Ti va di raccontarmi qualcosa?
Gabriele si passa una mano sulla pancia, stirandosi la camicia e gonfiando il petto, Si gratta dietro l'orecchio e poi prende coraggio:
- Guarda, Zizi, io magari non dovrei dirtelo ma te lo dico lo stesso. Cioè, magari non è proprio il massimo dirlo così, però ...beh dai ormai lo dico: te prima dell'incidente mi venivi parecchio dietro. Cioè una roba che proprio lo sapevano tutti tutti, e mi avevi pure chiesto di uscire insieme.
La notizia mi rigira lo stomaco.
- Ma sei sicuro?
Ride. - E certo che son sicuro! Tipo che dopo lezione praticamente mi braccavi, mi mandavi messaggi. Poi mi hai chiesto di uscire noi da soli.
Sempre più sorpresa, chiedo con timore:
- E tu?
- Eh, e io... Vabbè però, figa, non è bello da dire.
- Coraggio.
- Eh io ti ho detto di no, che preferivo restare amici perché eri un po' troppo ...ossessiva, capito? ...Però adesso non te la prendere! Anche quella volta c'eri rimasta di merda.
Gabriele si tocca la nuca. Vorrebbe mostrarsi imbarazzato o dispiaciuto, ma qualcosa nel suo mezzo sorriso tradisce un certo compiacimento. A me tutto dà dell'incredibile, però forse questo giustificherebbe la mia antipatia nei suoi confronti: una mia parte subconscia potrebbe aver registrato il suo rifiuto e magari c'è una parte di me che ancora si sente insultata. Lo osservo bene. In fondo forse questo ragazzo non è così male: mi piace come si rigira il bracciale di cuoio intorno al polso, e ha dei begli occhi castani. Forse sì, forse c'era qualcosa.
- Ehi Zizi, ma sei mica offesa?
- No... non lo so. Offesa no. Un po' stupita, forse.
- Comunque se ti consola poi ci ho pensato e dopo l'incidente e tutto mi sono sentito un po' un merda. E ho pure pensato che magari, figa, potevo anche darti una seconda occasione. Per questo ti ho invitato a uscire stasera, mica per vedere sto gruppo del cazzo...
Poi, con le mani a megafono intorno alla bocca, rivolgendosi verso il palco: - Fate cagare!
Ridacchia e beve un sorso dalla sua lattina. Notando la mia espressione vagamente sconcertata si affretta a correggere il tiro.
- Cioè no, piano. Non è che ti ho invitata per provarci eh. Poi tu adesso hai tutto il cervello scombinato da sto incidente, sarai confusa, immagino. Però era per farti sapere che magari tra un po' se ti va possiamo provare a uscire insieme... sempre se sarò ancora single. Sai, mercanzia del genere si vende in fretta.
E fa un gesto con la mano come per illustrare la "mercanzia" a me, sua possibile clientela. Non so se giudicarlo ironico o un po' presuntuoso.
- Oddio, Gabu. Così su due piedi non saprei. Penso che si potrebbe fare, però adesso come adesso hai ragione tu. Ho il cervello fottuto, è tutto bucato... Ho un sacco di confusione, di roba da sistemare qui dentro.
- Vabbè, metti un po' d'ordine dentro al Gulliver e poi ci risentiamo.
- Il... Gulliver?
- Il Gulliver! La testa! Madonna, non ti ricordi neanche Arancia Meccanica? Ma allora sei fottuta proprio!
Sì, Gabu. Son fottuta proprio. Esco dal RadioAut con passo incerto e mi incammino verso casa. Possibile che io sia stata così attratta da quel tizio da "braccarlo"? Era da me? La cosa mi sconvolge. Possibile che io sia talmente fottuta da non ricordare nemmeno questo aspetto del mio carattere? > Appunto: Chiedere a Marzia.
> Appunti di conversazione con Marzia. Pavia, sede dell'università - Palazzo San Tommaso, 24 marzo 2011. Quaderno giallo e blu, n°3:
- Marzia scusami avrei bisogno di chiederti una cosa...
Marzia è visibilmente in imbarazzo: ogni volta che parla con me non sa se alla prossima mi ricorderò di lei o meno. Però la sua buona educazione solitamente prevale sul disagio.
- L'altro giorno ero al RadioAut, ero a sentire i "Marshmallows vs. The Campfire"...
- Ah, ho sentito che spaccano! Ti son piaciuti?
- Sì, sì, ma non è questo il punto. Ero con un ragazzo e gli chiedevo alcune cose di me. Sai, per ricostruire, come ha detto il dottore. Bene, questo ragazzo mi dice che tempo fa avevo una cotta tremenda per lui, che praticamente lo braccavo. E gli avrei chiesto di uscire, ma lui mi avrebbe rifiutata perché ero troppo ossessiva. Ora io sono preoccupata, perché non credevo di poter essere una specie di stalker, però Gabriele...
- Aspetta. Ferma tutto. Gabriele? Gabriele Giotti? Gabu?
- Sì, lui.
- Piercing al labbro, capelli rasati...
- Direi che corrisponde.
Marzia spalanca talmente gli occhi che i suoi occhiali rischiano di caderle dal naso. Si prende la testa fra le mani e scoppia a ridere.
- Ma che coglione! Allora è proprio un deficiente! Eloise, era lui a darti la caccia. Era una palla al piede, ti scriveva in continuazione, si era preso una sbandata allucinante. Ma non ti ricordi che ti aveva scritto una poesia? "I tuoi capelli sono come i campi di grano di Van Gogh, la tua pelle" bla bla bla, un sacco di menate...
- No Marzia, non mi ricordo.
- Ah già è vero, scusa. Beh, insomma, ti aveva chiesto di uscire tipo un miliardo di volte e tu l'hai brutalmente seccato perché è un vero cretino: pensa che ti aveva scritto la cosa su Van Gogh perché era convinto che il Belgio e l'Olanda fossero lo stesso paese e quindi che tu e Van Gogh foste compatrioti. Non ci posso credere che adesso stia approfittando della "tua situazione" - lo dice con le virgolette, Marzia la gentile - per chiederti di uscire. Anzi, per convincerti che sei TU a voler uscire con lui! Ma guarda che razza di imbecille. Si meriterebbe una lezione.
- Ci penseremo, Marzia. Ci penseremo ed escogiteremo qualcosa.
Photo by: mariemagenta